JOBS ACT

La Cassazione si pronuncia sulla nozione di insussistenza del fatto posto alla base del licenziamento.

Con le sentenze n. 20540 e n. 20545 del 13 ottobre 2015, la Cassazione, nel decidere su un licenziamento soggetto alla “legge Fornero” (L. 28 giugno 2012, n. 92), ha dato una prima interpretazione, anche se per inciso e senza dirlo espressamente, della successiva disciplina in base al decreto sulle «tutele crescenti» (D.Lgs. n. 23 del 2015) emanato in attuazione della legge-delega del Jobs Act (L. 10 dicembre 2014, n. 183). La Cassazione fa intendere per il futuro che, anche con riferimento ai lavoratori assunti con contratto a «tutele crescenti», resterà la sanzione della reintegrazione se il licenziamento è fondato su fatti non-illeciti, perché il fatto non-illecito equivale a fatto «inesistente».

Nel caso esaminato con la Sent. 13 ottobre 2015, n. 20540, il licenziamento si fondava sul fatto che il lavoratore era stato scortese con l’amministratore delegato della società e non aveva voluto discutere della sua posizione personale.

Per la Cassazione i fatti erano “espressivi di atteggiamenti semmai contrari alle regole della compostezza e degli usi mondani”, ma privi di rilevanza disciplinare.

Fatte queste premesse la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza di merito che aveva disposto la reintegrazione in servizio del lavoratore precisando che: “quanto alla tutela reintegratoria, non è plausibile che il legislatore, parlando di “insussistenza del fatto contestato”, abbia voluto negarla nel caso di fatto sussistente ma privo del carattere di illiceità, ossia non suscettibile di alcuna sanzione, restando estranea al caso presente la diversa questione della proporzione tra fatto sussistente e di illiceità modesta, rispetto alla sanzione espulsiva. In altre parole la completa irrilevanza giuridica del fatto equivale alla sua insussistenza materiale e dà perciò luogo alla reintegrazione ai sensi dell’art. 18, comma 4, St. lav.”.

Un’affermazione sostanzialmente identica, anche se in modo ancor più implicito, è fatta con l’altra sentenza dello stesso giorno (Cass., 13 ottobre 2015, n. 20545). Nel caso deciso la Corte ha cassato con rinvio la sentenza di merito che non aveva verificato se i fatti contestati al lavoratore avessero o meno arrecato un grave nocumento al datore di lavoro.

Tale nocumento grave, sottolinea la Corte, “è parte integrante della fattispecie di illecito disciplinare in questione onde l’accertamento della sua mancanza determina quella insussistenza del fatto addebitato al lavoratore, prevista dall’art. 18 1. n.300 del 1970, modif. dall’art. 1, comma 42, i. 28 giugno 2012 n.92, quale elemento costitutivo del diritto al ripristino del rapporto di lavoro”.

In conclusione, come prevedibile, la giurisprudenza ben difficilmente si orienterà nel senso di escludere la sanzione reintegratoria in caso di licenziamenti per fatti che, sia pure materialmente esistenti, siano privi di rilevanza disciplinare o abbiano una rilevanza disciplinare trascurabile rispetto alla misura espulsiva adottata.